Noi abbiamo conosciuto

Dalle parole di Levi, Frank, Segre, Ratushinskaja e Solzhenitsyn il monito contro ogni nuova dittatura, di qualsiasi colore e forma

A scuola abbiamo conosciuto Levi, Uhlman, Frank e tanti altri. A casa abbiamo conosciuto Segre, Ratushinskaja, Solzhenitsyn e tanti altri. Nei pomeriggi di libertà dai compiti abbiamo viaggiato in compagnia di Tolkien, Rowling, Weis e tanti altri. Tra storia e fantasia abbiamo scoperto l’orrore di ideologie che, promettendo di liberare l’uomo, lo rendono schiavo. C’è un sottile filo rosso che lega tutti questi libri: l’odio per l’uomo. Da lì nasce ogni dittatura, che non a caso disconosce la fratellanza e distribuisce la dignità in base a etichette.

Tutto questo non nasce come un fungo sotto la pioggia, necessita di lunghi mesi di preparazione, a volte anni, perciò ecco la grande macchina della propaganda. Ogni giorno, sfruttando informazione, comunicazione, divulgazione, un granello di menzogna. Non troppo grande, altrimenti finisce nel naso e la tosse risveglia il sonno, ma abbastanza da coprire pian piano la verità.

Leggerezza è la parola d’ordine, unita a slogan ciclostilati in proprio ripetuti ossessivamente dall’intellighenzia che conta. Poco importa se le fallacie logiche superano il limite della decenza, ormai il pensiero critico dell’opinione pubblica è disattivato. E come potrebbe ancora funzionare senza punti di riferimento certi? La percezione del popolo è manipolata: il vicino diventa nemico, la verità diventa opinione, la solidarietà diventa maschera dell’orrore.

Chi siede alla guida della macchina, e chi con abnegazione ne cura il funzionamento, dimentica però quei libri. Dimentica le parole di Primo Levi, dimentica che noi abbiamo pianto leggendo gli abusi subiti. Dimentica le descrizioni di Irina Ratushinskaja, dimentica che a noi è mancato il fiato leggendo il grigiore della Piccola Zona. Dimentica l’avventura creata da J.K. Rowling, dimentica che noi abbiamo scoperto che l’amore vince anche Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato.

Dimentica che per noi la Giornata della Memoria non è mai stata un ticket da pagare per avere il tesserino da intellettuale, ma un giorno di silenzio per prendere fiato e gridare “no” a qualsiasi futura dittatura, di qualsiasi colore e forma.

Dimentica, infine, che dal sacrificio di San Massimiliano Kolbe per salvare un padre di famiglia, dalla tenacia di Irina che scriveva poesia sulla carta igienica, dalla lucidità di Alekos Panagulis conservata anche nella “tomba”, dal coraggio dell’Esercito di Silente e dall’intraprendenza della Compagnia dell’Anello è rinata la libertà. Dal quotidiano, eroico sforzo di chi ha detto “no” alla banalità del male.

Spesso è bastato un piccolo gesto, una scelta o una rinuncia, a volte è stato necessario qualcosa di più. Ma noi, che abbiamo avuto la fortuna di crescere leggendo le parole di questi giganti, non possiamo credere agli inganni di nuove dittature. Come scriveva Aleksandr Solzhenitsyn:

«Tacendo il male, seppellendolo così profondamente dentro di noi, in modo che non appaia in superficie, noi gli permettiamo di radicarsi e di ripresentarsi altre mille volte in futuro».

Se si calpesta la dignità di un essere umano, anche del più piccolo e indifeso quale è il bambino non nato, si calpesta la possibilità di un futuro di pace. Se si svende un diritto in nome di un cappuccino o di un film o di una nuotata si svende la libertà. Di tutti. (Riproduzione riservata)

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